Sono una scrittrice esordiente. Sin da giovanissima mi sono cimentata a scrivere racconti. Qui ho trovato uno spazio dove esprimermi, dove postare i miei racconti in attesa del vostro giudizio, ma anche un luogo dove parlare di libri o semplicemente per raccontarvi della mia esperienza come scrittrice; a volte mi permetterò anche di divagare, per fermare un’idea o un momento. Ad ogni modo sarà un luogo dove imparare a scrivere e dove esercitarmi: un taglia e cuci di parole, proprio come un atelier!

martedì 4 settembre 2012

DI GUARDIA IN POLVERIERA


<<Non dire cazzate!>> Sbottò.
<<Scusa. Decisamente stasera sei stralunato amico!>>
Ricevetti un grugnito in risposta.
Mi fece cenno con la testa di avanzare.
<<Non sai cosa mi è successo…>>
<<Cos’è? Ti sei fatto beccare dal Sergente a dormire durante la guardia?>> Scherzai.
Mi fulminò con gli occhi. Il suo pallore non si attenuava, anzi, se possibile, il suo viso diventava sempre più color cenere.
<<Qualunque cosa ti sia successa questa sera, non ti ha fatto per niente bene: hai un bruttissimo aspetto!>>
<<Vorrei vedere te al mio posto!>> Si lagnò. <<Vieni.>>
Lo seguii su per l’altana. Aveva le spalle basse, le ginocchia piegate e il passo trascinato.
Si fermò e mi indicò un punto nella campagna circostante: <<Guarda. Lo vedi quel fagotto in mezzo al campo?>>
<<Dove? Non vedo niente…>>
<<Guarda attentamente. Segui la linea del mio dito.>>
<<Mmm… forse... Ma cosa dovrei vedere?>>
<<Laggiù c’è un uomo morto! Gli hanno sparato davanti ai miei occhi!>> Mi disse in tono greve, da attore tragico.
Non potei trattenere una forte risata.
<<Ma cosa ti sei sparato stasera?>>
<<Sst! Sta zitto coglione!>> Mi zittì. <<Non sono fatto! E’ arrivata una machina, sono scesi in tre. Li ho sentiti discutere animatamente, ma non capivo cosa si dicessero. Poi ho sentito uno sparo e uno dei tre si è accasciato… ed è ancora lì! Lo vedi? Gli altri due sono risaliti in macchina e sono scappati.>>
Il suo respiro si era fatto affannoso e sembrava veramente turbato.
Mi sforzai di vedere il corpo nella notte illuminata solo dalle stelle.
Nel punto che mi aveva indicato notai effettivamente una macchia scura, ma poteva essere qualsiasi cosa: un gioco d’ombre, un sacchetto di plastica trascinato dal vento o solo la mia immaginazione, suggestionata dal racconto di Ferretti.
<<Cosa facciamo ora?>> Mi chiese, sedendosi a terra e afferrandosi la testa tra le mani tremanti. Era sconvolto.
<<Dovresti parlarne al Sergente…>>
<<Hai ragione!>> si alzò come riconquistato da nuova energia.
Lo guardai scendere dall’altana e quando la sua sagoma nera nell’oscurità raggiunse il cancello della Zona Attiva, mi concentrai sulla macchia scura in mezzo al campo.
Era noto a tutti noi soldati che l’area attorno alla polveriera era frequentata di notte da spacciatori e rispettivi clienti.
Chiunque aveva montato la guardia di notte aveva assistito all’arrivo di una macchina con i fari spenti e il motore al minimo, seguita poco dopo o da un’altra macchina o da un mezzo a due ruote. I guidatori scendevano dai rispettivi mezzi e dopo pochi minuti risalivano e ripartivano, silenziosi come al loro arrivo. Un commercio illegale, ma tranquillo.
Ma un omicidio era un’altra cosa.
Ero perso nei miei pensieri, quando scorsi una macchina in avvicinamento e, ovviamente, con i fari spenti.
Non volevo perdermi la scena: se davvero lì in mezzo c’era un cadavere, ne avrei avuto conferma.
L’automobile si fermò vicino alla macchia scura e ne scesero due sagome. Si avvicinarono al presunto cadavere, si chinarono e raccolsero il fagotto.
Fino all’ultimo avevo sperato che Ferretti si fosse sbagliato o che avesse avuto un’allucinazione. Ma quella era la conferma che lì in mezzo al campo era stato commesso un omicidio e che Ferretti aveva assistito a quella scena tremenda.
I due estranei caricarono a fatica il corpo nel cofano della macchina e ripartirono.
Cristo! Si stavano portando via il cadavere e con esso ogni prova.
La guardia notturna era sempre interminabile, ma quella notte sembrava che il tempo si fosse fermato del tutto. Guardai l’orologio: erano passati solo cinque minuti da quando Ferretti era andato ad avvertire il Sergente, ma sembravano passate delle ore.
Ferretti, accompagnato come previsto dal Sergente, ricomparve davanti al cancello dopo una mezz’ora.
Li osservai salire lungo il sentiero e prontamente urlai: <<Alt! Chi va là!>>
<<Sono Ferretti.>> Mi rispose prontamente il mio commilitone.
<<Allora soldato, cosa sta succedendo qui?>> Mi urlò in faccia il Sergente, mentre prontamente mi mettevo sull’attenti.
<<Signore, hanno portato via il cadavere…>> Cercai di nascondere la mia agitazione.
<<Soldato Ferretti e soldato Trebboni non mi piace essere preso per il culo!>>
<<Signore, confermo di aver visto sparare a un uomo…>> Lo interruppe Ferretti.
<<Silenzio soldato! Dov’è ora il corpo?>>
<<Lo hanno portato via, signore.>>
<<Mi volete far credere che prima c’è stato un omicidio con l’abbandono del corpo e solo in un secondo tempo c’è stato l’occultamento delle prove?>>
<<Sissignore.>> Rispondemmo all’unisono, ciascuno testimone di una parte del delitto.
<<Silenzio! Non tollererò oltre le vostre burla! Voi due siete famosi per la mancanza di disciplina. Due giorni di consegna a testa!>>
<<Ma signore…>> Provò a giustificare Ferretti.
<<Quattro giorni di consegna!>> Sbottò il Sergente. I suoi occhi erano spalancati e iniettati di sangue. Era noto a tutto il reggimento che detestava l’indisciplina ed essere svegliato, e non necessariamente in questo ordine. Ci aveva sempre detto di non intrometterci con le vicende dei cittadini privati e di far finta di non vedere gli scambi che avvenivano nei campi fuori dal recinto, ma mai avrei pensato che ci rendesse complici in un omicidio.
Il Sergente se ne andò senza aggiungere altro.
Ferretti pallido e rassegnato lo seguì, con passo lento e stanco.
Io rimasi lì di guardia per l’intera notte, per una volta senza dover faticare per rimanere sveglio. Ero sconvolto e mi immaginavo in quale stato d’animo versasse Ferretti.
Non rividi più Ferretti. Alcuni giorni dopo quell’episodio, seppi che fu ricoverato all’ospedale militare, in preda ad allucinazioni dovute ad una febbre altissima.
Anch’io rischiai di ammalarmi, sentendomi complice per un omicidio. Quella vicenda mi aveva segnato e il mio morale ne aveva risentito: trascorsi gli ultimi mesi del servizio militare in silenzio, cercando di apparire trasparente agli occhi di superiori e commilitoni. Volevo solo allontanarmi da quale luogo il prima possibile e cercare di scodarmi quella terribile notte.

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