Sono una scrittrice esordiente. Sin da giovanissima mi sono cimentata a scrivere racconti. Qui ho trovato uno spazio dove esprimermi, dove postare i miei racconti in attesa del vostro giudizio, ma anche un luogo dove parlare di libri o semplicemente per raccontarvi della mia esperienza come scrittrice; a volte mi permetterò anche di divagare, per fermare un’idea o un momento. Ad ogni modo sarà un luogo dove imparare a scrivere e dove esercitarmi: un taglia e cuci di parole, proprio come un atelier!

giovedì 19 aprile 2012

LA MANIFESTAZIONE


Comodamente seduto sulla vecchia poltrona ereditata da suo nonno, Giuseppe guarda annoiato la televisione. Sua moglie è in cucina a lavare i piatti del loro frugale pranzo. Con gli anni nemmeno il cibo è più un piacere. I programmi televisivi non erano un gran ché; aveva girato per un po’ in vai canali e poi aveva scovato un documentario sugli aborigeni africani, un po’ noioso, ma migliore di tutto quello che davano negli altri canali. Arriva la pubblicità e poi una breve edizione del telegiornale.
<<Cara, vieni a vedere!>> Chiama Maria, sua moglie, senza nemmeno girare la testa verso la porta della cucina. <<Stanno devastando Roma! I soliti teppisti intrufolati nei cortei…>>
La moglie si avvicina e, asciugandosi le mani nel canovaccio, si siede sul bracciolo della poltrona, accanto al marito. In silenzio ascoltano il notiziario.
Breve annuncio e guardano le immagini: giovanotti vestiti di nero, incappucciati e armati di spranghe e san pietrini che sfasciano vetrine e macchine.
Maria si alza e ritornando verso la cucina borbottando: <<Dove mai andremo a finire. Non c’è più rispetto per niente e nessuno.>>
Giuseppe, senza muoversi, decide di seguire la vicenda e gira canale in cerca di qualche approfondimento, che trova facilmente.
Le immagini mostrate sono un susseguirsi di atti di vandalismo: vetrine sfasciate, cassonetti dell’immondizia rovesciati per strada, teppisti incappucciati che aggrediscono le forze dell’ordine, macchine in fiamme.
Giuseppe si chiede chi siano i genitori di quei ragazzi e cosa abbiano loro insegnato.
La televisione continua a sparare immagini. Una macchina incendiata, un furgone della polizia preso di mira, la vetrina di un gioielliere fatta a pezzi da due ragazzi, un primo piano di un giovane dal volto coperto dalla sciarpa. Tutte immagini veloci, che scorrono sullo schermo una appresso all’altra.
Un dubbio si insinua nella vecchia mente di Giuseppe, ma subito lo scaccia via. Non ci vuole nemmeno pensare. Si alza lentamente dalla poltrona; lo diceva sempre suo padre: è brutto invecchiare, cominci a sentire dolori ovunque e qualunque movimento diventa una fatica. Afferra il cellulare e gli occhiali da lettura e si risiede in poltrona.
Intanto Maria lo ha raggiunto in salotto e, mentre sferruzza una maglia per la figlia, guarda distrattamente anche lei il televisore. Purtroppo scene di quel tipo le ha già viste anche troppo spesso.
<<Chi chiami?>> Chiede al marito.
<<Filippo.>> Risponde in tono serio.
<<Non penserai…>> Azzarda la donna.
<<No, scherzi! Sicuramente sarà a testa bassa sui libri. Lo conosci.>> E dopo una breve pausa: <<Ha il telefonino spento. Te l’avevo detto che sta studiando.>>
I due coniugi trascorrono il pomeriggio passando da un telegiornale all’altro, commentando di tanto in tanto la stupidità di quei giovanotti, il cui comportamento vanifica le buone intenzioni di tutta la manifestazione: chi presta attenzione ai messaggi e alle richieste di tutti quei ragazzi che sfilano per Roma, quando ci sono dei debosciati che terrorizzano la città?
Per cena un veloce piatto di minestra e Giuseppe si risiede davanti alla televisione. Finalmente tutto è tornato tranquillo. I violenti sono stati allontanati e non rimane che contare i danni. L’evento, però, continua a rimbalzare da una trasmissione all’altra. I normali programmi televisivi lasciano il posto ad edizioni straordinarie di telegiornali e a trasmissioni di approfondimento. Le immagini raccolte durante la terribile giornata sono state selezionate con cura e vengono mostrate con calma ai telespettatori e commentate con un’attenzione morbosa.
Giuseppe sussulta sulla poltrona: il fermo immagine mostra un ragazzo dai folti capelli biondi, piuttosto lunghi sulle spalle, il naso e la bocca coperti da una sciarpa nera, intento a lanciare un san pietrino contro gli agenti. Chiama la moglie, che si sta preparando per la notte, urlandone il nome. L’anziana si precipita in salotto. Quando vede l’immagine in televisione si abbandona sul divano, senza forze: l’ultimo sforzo di chi si sente mancare e ha paura di cadere. Quegli occhi li avrebbe riconosciuti tra mille: è Filippo.
I due coniugi non riescono a parlarsi, impietriti dalla scoperta. Dopo un’interminabile manciata di secondi Giuseppe afferra il cellulare e, con l’aiuto degli inseparabili occhiali da lettura, cerca il numero del figlio nella rubrica. L’apparecchio squilla una volta sola, Filipppo risponde: <<Papà…>> con voce spaventata.
<<Cos’hai combinato disgraziato?>> Si limita a dire il padre, infuriato e preoccupato allo stesso tempo.
<<Sono stato alla manifestazione… ma non ho fatto nulla…>>
<<Non dire cazzate!>> Sbotta l’uomo interrompendo il figlio. <<Sei su tutti i telegiornali! Hai lanciato pietre contro i poliziotti! Tua madre sta piangendo…>>
Un attimo di silenzio. Giuseppe ascolta il respiro del figlio dall’altra parte.
<<Devi costituirti.>> Aggiunge con il suo caratteristico tono autoritario, che Filippo conosce sin troppo bene.
<<Non ci penso nemmeno.>> Risponde arrogante il ragazzo.
<<Se non ci vai da solo, lo faccio io.>> Sbotta il padre. <<Tua madre ed io non ti abbiamo di certo insegnato…>>
<<Non puoi rovinarmi il futuro…>> Lo interrompe il figlio sicuro di sé.
Giuseppe rimane un attimo senza parole e Filippo prosegue: <<E poi se mi prendono, dovrei risarcire i danni… anche di quello che non sono stati presi…>>
<<Zitto! Tu ora ti costituisci. Io prendo il primo treno per Roma e poi tu torni a casa con me!>>
<<Ma papà, ho gli esami da preparare e poi non ho fatto niente di male…>>
<<Giovanotto hai chiuso. Ti avevamo mandato a Roma per studiare, non per devastare la città. Ora torni a casa e quando questa faccenda è sistemata vai a lavorare. Ti insegno io a vivere!>> Urla ancora Giuseppe.
Maria sul divano ascolta in lacrime il marito urlare al telefono. Non ha il coraggio di intervenire. Non riesce nemmeno a pensare. In quella fotografia non riconosce il proprio figlio, ma solo un ragazzaccio che gli assomiglia fisicamente. Lei non ha generato un vandalo.
<<Io non ti do più un soldo!>> Continua a sbraitare l’uomo al telefono.
<<Hai l’obbligo di mantenermi.>> Rispose altero il figlio al telefono. A Roma era andato a studiare e lo aveva fatto. Si era iscritto a Giurisprudenza e i suoi voti erano più che discreti. Ambiva a diventare avvocato.
<<Ma io ti mantengo,>> rispose sarcastico il vecchio, <<a modo mio: un tetto sopra la testa, qui a casa, e un piatto di minestra; per il resto ti arrangi!>>
<<Devi mantenermi secondo le mi inclinazioni… lo dice la Legge!>>
<<Parli di legge proprio tu: un delinquente che distrugge città… Dovevi fare l’avvocato e invece finirai in prigione…>> Quasi piagnucola affranto l’uomo al telefono.
<<Tsz! Devono provare che sono stato io e che ho distrutto qualcosa. Sai quanto ti costerò in tribunale?>> Puntualizza Filippo, fiero delle sue conoscenze.
<<Io non capisco cosa ti ha preso,>> cambia tono e tecnica il padre, <<tua madre ed io ti abbiamo insegnato i valori del vivere civile… Io non ti riconosco!>>
<<Papà, svegliati! Con i valori non si va da nessuna parte. Non vorrai un figlio fallito… Io punto in alto e voglio diventare qualcuno. Chissà, potrei farmi intervistare in qualche talk-show…>>
Un attimo di silenzio e Filippo riattacca senza nemmeno salutare il padre.

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