Sono una scrittrice esordiente. Sin da giovanissima mi sono cimentata a scrivere racconti. Qui ho trovato uno spazio dove esprimermi, dove postare i miei racconti in attesa del vostro giudizio, ma anche un luogo dove parlare di libri o semplicemente per raccontarvi della mia esperienza come scrittrice; a volte mi permetterò anche di divagare, per fermare un’idea o un momento. Ad ogni modo sarà un luogo dove imparare a scrivere e dove esercitarmi: un taglia e cuci di parole, proprio come un atelier!

mercoledì 29 marzo 2017

La segretaria del capo

Quanto odiava quella donna. Miss-perfettina-so-tutto-io.
Ma si sarebbe vendicato. Eccome!
Aveva studiato un piano perfetto e le avrebbe fatto vedere di che cos’era capace.
Ormai ci meditava da mesi.
Non la sopportava più. La sua vista al mattina gli rivoltava lo stomaco. Quando usciva dall’ascensore era lì seduta alla sua scrivania, che lo osservava, anzi gli faceva la radiografia, e poi, mentre lui timbrava il cartellino, lei guardava l’orologio. Ma chi si credeva di essere? Insomma, se al Capo non importava se arrivava cinque minuti in ritardo o se si assentava durante l’orario di lavoro, non doveva interessare men che meno a lei. Era solo la segretaria del Capo. Ma si credeva il supervisore di tutto l’ufficio, solo perché aveva la scrivania nel corridoio, proprio di fronte all’ascensore.
All’inizio, appena assunto, due anni prima, quasi l’ammirava. Sempre impeccabile, bellissima ed elegante, molto educata e non alzava mai la voce. Ma presto aveva capito che lo teneva d’occhio. Si segnava ogni suo spostamento, ogni suo ritardo, ogni suo comportamento “non consono all’ufficio” secondo il suo personale giudizio. Sempre lì a giudicarlo. E se il Capo non si accorgeva da solo dei suoi comportamenti “scorretti”, sempre ad insindacabile giudizio della segretaria, o semplicemente non ci dava peso, lei gli presentava il suo resoconto e lo sibilava finché non prendeva un qualche provvedimento. Il Capo stravedeva per lei e quindi si sentiva in dovere di ascoltarla.
Non la sopportava.
Era andato via di casa perché non sopportava più sua madre, che voleva sapere continuamente dove era, cosa faceva, con chi era. Non accettava di rendere conto ad un’estranea. Non lo permetteva a sua madre, figuriamoci alla fighetta dell’ufficio.
Ma quella sera, finalmente, avrebbe avuto la sua rivincita.
Dopo mesi che meditava un piano, infine era giunta l’occasione perfetta.
La saccente si sarebbe fermata in ufficio fino a tardi per preparare gli inviti per la festa che avrebbe dato il Capo il mese seguente. Era un lavoro che il Capo affidava ogni volta solo ed esclusivamente alla sua preferita e che lei svolgeva la sera, dopo il normale orario di lavoro.
Il suo piano era perfetto.
Quella sera era uscito timbrando il cartellino un minuto prima della fine della giornata lavorativa. Sapeva che lei lo avrebbe annotato. Si era poi fermato nel locale sotto l’ufficio a farsi due birre con i colleghi e si era fatto vedere mentre prendeva la macchina e si allontanava. Appena fuori dal campo visivo, si era fermato e aveva nascosto la macchina in un luogo poco frequentato. Si era cambiato gli abiti dell’ufficio, indossando jeans, felpa grigia e berretto con visiera, che aveva messo nel bagagliaio la mattina. Era ritornato verso l’ufficio a piedi ed era salito al quinto piano per le scale d’emergenza.
Lei era lì. Rigida e bellissima nei suoi vestiti all’ultima moda. Lo urtava anche quel suo aspetto: sempre alla moda, ogni giorno vestiva abiti nuovi e tutto le calza a perfezione. Le sue colleghe si sentivano a disagio accanto a lei. Ma in fondo era solo una segretaria. Ci avrebbe pensato lui a ridimensionarla.
Si infilò un paio di guanti in lattice, di quelli che sua madre usava quando puliva il pesce. Si presentò davanti alla giovane donna, che, solo un po’ sorpresa, gli chiese cosa facesse lì.
E’  insopportabile, pensò. Qualsiasi altra persona al posto suo, vedendolo lì con i guanti da chirurgo, si sarebbe spaventata, ma lei non fece una piega. Possibile che non temesse per la sua incolumità? Possibile che si credesse così al di sopra di tutto e tutti?
«Hai finito di controllarmi!» Le urlò contro, afferrando il tagliacarte che aveva sulla scrivania e piantandoglielo dritto nel cuore.
Finalmente il terrore era comparso su quel volto misto a sorpresa. Un rivolo di sangue le uscì dalla ferita, mentre lei si portava le mani al tagliacarte. Un altro rivolo di sangue cominciò a scenderle dal lato destro della bocca aperta.
La guardò mentre annaspava e cercava invano di levarsi il tagliacarte dal corpo. Ormai non aveva più forza. Aspettò finché non fosse sicuro che fosse morta. Continuando a guardarla, fece alcuni passi indietro e, cercando il pulsante a tastoni, chiamò l’ascensore.
L’avrebbe trovata la donna delle pulizie e nessuno avrebbe sospettato di lui. Il suo piano era perfetto. Tutti l’avevano visto andarsene e non aveva lasciato impronte di nessun tipo. Appena a casa avrebbe bruciato nella caldaia dell’impianto di riscaldamento i vestiti che aveva indosso, comprese le scarpe. Erano indumenti acquistati per l’occasione, completamente diversi da quelli portava solitamente. Se anche qualcuno lo avesse visto avvicinarsi all’ufficio, non lo avrebbero riconosciuto.
Quando entrò nell’ascensore si sentì come liberato da un peso. Giustizia era fatta. Ora nessuno poteva controllarlo e giudicarlo.
Schiacciò il pulsante per il piano terra e si girò verso lo specchio che si trovava di fronte alle porte. Voleva osservare il suo viso per vedere se tradiva qualche emozione. Improvvisamente si bloccò, sentendosi ghiacciare il sangue nelle vene. Sullo specchio era attaccato un avviso:

ASCENSORE GUASTO
PER EVITARE DI RIMANERE BLOCCATI
USARE LE SCALE

Quando era uscito dall’ufficio non c’era quell’avviso… Dovevano averlo messo dopo.
Aveva appena letto quelle poche parole che l’ascensore sobbalzò e si bloccò. Partì la telefonata di emergenza. Cercò di aprire le porte, facendo forza con la punta delle dita nella fessura di congiunzione delle due ante, ma inutilmente.
Allora si rese conto di essere in trappola. Non aveva via di scampo. Il suo piano perfetto aveva avuto un intoppo imprevisto.
Ancora una volta aveva vinto lei.

venerdì 24 marzo 2017

Passione o professione?

Ho sempre pensato che con più tempo a disposizione sarei riuscita a scrivere di più. Sono molto riflessiva e ciò mi porta ad essere anche molto lenta in questo processo, per cui un lavoro a tempo pieno, due bambine piccole, la casa da pulire, ecc. non possono che essere un ostacolo alla produzione letteraria.
Eppure devo ricredermi. Da un mese sono a casa (non sto qui a spiegarvene le motivazioni, ma tranquilli: sto bene e non ho perso il lavoro), ma la mia produzione di parole non è aumentata di molto (ok, ho finito la stesura del mio terzo romanzo, ma era da un bel po' di tempo che ci lavoravo su). Non lo so se è perché mi ci sono voluti quindici giorni per rilassarmi (avevo accumulato davvero molto stress) e poi altrettanti per recuperare l'arretrato delle pulizie domestiche, ma non credo. Probabilmente mi manca la disciplina. Amo scrivere e appena posso lo faccio, ma non con regolarità e forse un po' troppo come se fosse un hobby da fare nei ritagli di tempo. Mi rendo conto perfettamente che, per diventare una scrittrice professionista, devo abbandonare questo atteggiamento di attività da tempo libero e diventare, appunto, più professionale, individuando nella giornata uno spazio ben preciso da dedicare solo ed esclusivamente alla scrittura. E questo lo posso fare lavorando ogni giorno o rimanendo a casa a fare la casalinga (disperata).
Mi sto chiedendo se il fatto di non voler individuare un orario di lavoro preciso, non sia in fondo un modo per allontanarmi proprio dal concetto di "lavoro". Scrivere è una passione, un desiderio che nasce dal profondo e anche un modo di evade dal quotidiano. Ho paura che fissare dei paletti, come individuare l'orario di produzione, stabilire delle giornate fisse per mettermi alla tastiera cascasse il mondo, mi toglierebbe un po' del piacere che provo a inventare storie e produrre parole sul foglio (cartaceo o virtuale che sia, non fa alcuna differenza).

Ora lascio lo spazio a voi: come vi rapportate alla passione della scrittura, come un hobby o come una professione?

lunedì 13 febbraio 2017

DI NUOVI GENERI E ALTRE DEFINIZIONI

Non amo molto le definizioni, soprattutto quando si tratta di libri. Un libro non è mai una cosa sola, perché una storia può racchiudere dentro di sé diversi generi, salvo qualche (scadente) eccezione.
Però ultimamente mi imbatto in termini nuovi, come il genere M/M per fare un esempio, e mi sono accorta di avere una grave lacuna in termini di generi letterari, ovvero dei loro nomi, visto che penso di aver spaziato un po’ tutti quanti, anche gli M/M (se non lo aveste capito, leggo a prescindere dalla definizione, lasciandomi catturare dalla quarta di copertina o da piccoli estratti).
Ho voluto quindi porre rimedio a questa lacuna, più per non sentirmi una semi-analfabeta quando si parla di generi nuovi.
Questo post nasce così, senza pretesa alcuna, e sicuramente senza la presunzione di essere esaustiva. Ovviamente tralascio i termini più noti (giallo, rosa, noir, fantasy, thriller, ecc.), perché penso che chiunque li conosca (sono nozioni base di chiunque abbia frequentato la scuola dell’obbligo).

Cick-lit: letteralmente “letteratura per pollastre”. Sono romanzi rivolti alle giovani donne, single e in carriera. Si differenziano dai romanzi rosa per le seguenti caratteristiche: sono umoristici, femministi le protagoniste sono sempre donne alla moda e lavoratrici in settori come il giornalismo,  la finanza, l’editoria la moda o la pubblicità.

Cyber Punk: letteratura fantascientifica in cui temi legati alla realtà delle società post industriali elaborati nel segno di un’ideologia di ribellione e di critica sociale.

Fan Fiction: abbreviato in F/F. Sono opere letterarie scritte da appassionati, prendendo spunto da storie o personaggi di un’opera originaria, sia essa letteraria, cinematografica o televisiva.

M/M: Ovvero male/male  (uomo/uomo). Sono i romanzi dove i protagonisti principali sono due uomini e si narra la loro storia d’amore.

Mainstream: Comprende tutta la letteratura non di genere. La giusta definizione per chi sta cercando proprio la definizione dei generi letterari! In effetti in questa categoria rientrano tutti quei romanzi che non trovano una giusta collocazione negli altri generi. Spesso questo termine viene erroneamente usato per indicare la letteratura di massa che fa tendenza.

New Adult: è letteratura rivolta ad un pubblico adulto giovane, di età tra i 18 e i 30 anni. L’ambientazione è contemporanee, realistica e con tematiche quasi sempre legate a problemi concreti e situazioni amorose.

New Weird: genere che si caratterizza per la presenza di generi fantasy mischiati ad altri fantascientifiche e horror. Caratteristiche del genere, oltre al mescolarsi di magia e tecnologia, è l’uso di creature e ambientazioni molto strane ed originali e l’uso di atmosfere oscure.

Romance: nient’altro che il nome moderno di un romanzo rosa, ovvero una storia d’amore con lieto fine.

Slash Fiction: sottogenere del Fan Fictionin cui si narrano le vicende amorose e sessuali di personaggi appartenenti allo stesso genere (per lo più maschili).

Splatter:si tratta di storie che fanno leva sulla paura del lettore, provocando ribrezzo.Si differenziano dal genere horror in quanto l’horror fa leva sulle paure evocando timore, mentre lo splatter fa leva sulle paure descrivendo scene esageratamente violente, disgustose, sanguinarie, che provocano ribrezzo e repulsione.

Young Adult: abbreviato anche in YA, è la letteratura rivolta ad un pubblico giovane, di età tra i 12 e 18 anni. Solitamente i protagonisti di questi romanzi sono anch’essi adolescenti. Pur non essendo inquadrabili in un vero e proprio genere (possono infatti spaziare dal rosa, al giallo, al fantasy) i giovani protagonisti si trovano ad affrontare i problemi classici del romanzo di formazione.

Wuxia: genere letterario proprio della letteratura cinese. Si caratterizza per narrare vicende di cavalieri cinesi che al posto della spada usano le arti marziali. Diversamente dai cavalieri “occidentali” non sono mai nobiluomini e spesso sono in contrasto con le autorità, quasi un ribelle dal cuore buono.Per lo più le abilità di questi eroi superano di gran lunga le semplici arti marziali e le capacità umani.


Ma mi chiedo: non è che tutti questi termini nuovi sono solo dei sottogeneri?

martedì 31 gennaio 2017

METTERE LA PAROLA FINE AL PROPRIO LAVORO

Mettere la parola fine a un lavoro che ci ha portato via mesi non è facile. Quel lavoro è diventato parte di te, della tua quotidianità. È quasi un figlio. È quello che mi sta capitando con il mio ultimo romanzo. Per molto tempo ho cercato il giusto finale, perché quello che avevo immaginato quando ho iniziato la stesura non era più adeguato. Oserei dire persino banale e probabilmente lo era già in fase di progettazione. Ho così trovato quello giusto e l’ho perfino scritto. Ora mi mancano un paio di capitoli precedenti, per non lasciare un buco. Mi è già capitato di scrivere, senza rispettare l’ordine finale della storia (non quella cronologica, ma quella necessaria per la trama, che si sa ama i feedback e quelle costruzioni lì per creare suspense). Per cui non è questo il problema. Quando ho scritto il capitolo finale sapevo che avevo ancora qualcosa da scrivere. Il fatto è che però mi sono resa conto che mi mancava un minimo sforzo per completare il romanzo e questa consapevolezza mi ha bloccato. Non ho più scritto una parola del romanzo, dedicandomi ad altri progetti, nei quali ho messo meno passione.
Non è blocco dello scrittore, perché so cosa scrivere, il come viene davanti alla tastiera.

Il punto invece è questo: quando una cosa ti appassiona, la senti tua, gli hai dato tutte le tue attenzioni, hai paura di lasciarla andare. Il mio romanzo è lì, semi completo, gli basta poco per prendere la sua strada (lettori beta, revisioni e ricerca di editore) e non me la sento di concluderlo. 

venerdì 6 gennaio 2017

La storia della Befana

In un villaggio, non molto distante da Betlemme, viveva una giovane donna che si chiamava Befana. Non era brutta, anzi, era molto bella e aveva parecchi pretendenti.. Però aveva un pessimo caratteraccio. Era sempre pronta a criticare e a parlare male del prossimo. Cosicché non si era mai sposata, o perché non le andava bene l’uomo che di volta in volta le chiedeva di diventare sua moglie, o perché l’innamorato – dopo averla conosciuta meglio – si ritirava immediatamente.
Era, infatti, molto egoista e fin da piccola non aveva mai aiutato nessuno. Era, inoltre, come ossessionata dalla pulizia. Aveva sempre in mano la scopa, e la usava così rapidamente che sembrava ci volasse sopra. La sua solitudine, man mano che passavano gli anni, la rendeva sempre più acida e cattiva, tanto che in paese avevano cominciato a soprannominarla “la strega”. Lei si arrabbiava moltissimo e diceva un sacco di parolacce. Nessuno in paese ricordava di averla mai vista sorridere. Quando non puliva la casa con la sua scopa di paglia, si sedeva e faceva la calza. Ne faceva a centinaia. Non per qualcuno, naturalmente! Le faceva per se stessa, per calmare i nervi e passare un po’ di tempo visto che nessuno del villaggio veniva mai a trovarla, né lei sarebbe mai andata a trovare nessuno. Era troppo orgogliosa per ammettere di avere bisogno di un po’ di amore ed era troppo egoista per donare un po’ del suo amore a qualcuno. E poi non si fidava di nessuno. Così passarono gli anni e la nostra Befana, a forza di essere cattiva, divenne anche brutta e sempre più odiata da tutti. Più lei si sentiva odiata da tutti, più diventava cattiva e brutta. Aveva da poco compiuto settant’anni, quando una carovana giunse nel paese dove abitava. C’erano tanti cammelli e tante persone, più persone di quante ce ne fossero nell’intero villaggio. Curiosa com’era vide subito che c’erano tre uomini vestiti sontuosamente e, origliando, seppe che erano dei re. Re Magi, li chiamavano. Venivano dal lontano oriente, e si erano accampati nel villaggio per far riposare i cammelli e passare la notte prima di riprendere il viaggio verso Betlemme. Era la sera prima del 6 gennaio. Borbottando e brontolando come al solito sulla stupidità della gente che viaggia in mezzo al deserto e disturba invece di starsene a casa sua, si era messa a fare la calza quando sentì bussare alla porta. Lo stomaco si strinse e un brivido le corse lungo la schiena. Chi poteva essere? Nessuno aveva mai bussato alla sua porta. Più per curiosità che per altro andò ad aprire. Si trovò davanti uno di quei re. Era molto bello e le fece un gran sorriso, mentre diceva: “Buonasera signora, posso entrare?”. Befana rimase come paralizzata, sorpresa da questa imprevedibile situazione e, non sapendo cosa fare, le scapparono alcune parole dalla bocca prima ancora che potesse ragionare: “Prego, si accomodi”. Il re le chiese gentilmente di poter dormire in casa sua per quella notte e Befana non ebbe né la forza né il coraggio di dirgli di no. Quell’uomo era così educato e gentile con lei che si dimenticò per un attimo del suo caratteraccio, e perfino si offrì di fargli qualcosa da mangiare. Il re le parlò del motivo per cui si erano messi in viaggio. Andavano a trovare il bambino che avrebbe salvato il mondo dall’egoismo e dalla morte. Gli portavano in dono oro, incenso e mirra. “Vuol venire anche lei con noi?”. “Io?!” rispose Befana.. “No, no, non posso”. In realtà poteva ma non voleva. Non si era mai allontanata da casa. Tuttavia era contenta che il re glielo avesse chiesto. “Vuole che portiamo al Salvatore un dono anche da parte sua?”. Questa poi… Lei regalare qualcosa a qualcuno, per di più sconosciuto. Però le sembrò di fare troppo brutta figura a dire ancora di no. E durante la notte mise una delle sue calze, una sola, dove dormiva il re magio, con un biglietto: “per Gesù”. La mattina, all’alba, finse di essere ancora addormentata e aspettò che il re magio uscisse per riprendere il suo viaggio. Era già troppo in imbarazzo per sostenere un’altra, seppur breve, conversazione. Passarono trent’anni. Befana ne aveva appena compiuti cento. Era sempre sola, ma non più cattiva. Quella visita inaspettata, la sera prima del sei gennaio, l’aveva profondamente cambiata. Anche la gente del villaggio nel frattempo aveva cominciato a bussare alla sua porta. Dapprima per sapere cosa le avesse detto il re, poi pian piano per aiutarla a fare da mangiare e a pulire casa, visto che lei aveva un tale mal di schiena che quasi non si muoveva più. E a ciascuno che veniva, Befana cominciò a regalare una calza. Erano belle le sue calze, erano fatte bene, erano calde. Befana aveva cominciato anche a sorridere quando ne regalava una, e perciò non era più così brutta, era diventata perfino simpatica. Nel frattempo dalla Galilea giungevano notizie di un certo Gesù di Nazareth, nato a Betlemme trent’anni prima, che compiva ogni genere di miracoli. Dicevano che era lui il Messia, il Salvatore. Befana capì che si trattava di quel bambino che lei non ebbe il coraggio di andare a trovare. Ogni notte, al ricordo di quella notte, il suo cuore piangeva di vergogna per il misero dono che aveva fatto portare a Gesù dal re magio: una calza vuota... una calza sola, neanche un paio! Piangeva di rimorso e di pentimento, ma questo pianto la rendeva sempre più amabile e buona. Poi giunse la notizia che Gesù era stato ucciso e che era risorto dopo tre giorni. Befana aveva allora 103 anni. Pregava e piangeva tutte le notti, chiedendo perdono a Gesù. Desiderava più di ogni altra cosa rimediare in qualche modo al suo egoismo e alla sua cattiveria di un tempo. Desiderava tanto un’altra possibilità ma si rendeva conto che ormai era troppo tardi. Una notte Gesù risorto le apparve in sogno e le disse: “Coraggio Befana! Io ti perdono. Ti darò vita e salute ancora per molti anni. Il regalo che tu non sei venuta a portarmi quando ero bambino ora lo porterai a tutti i bambini da parte mia. Volerai da ogni capo all’altro della terra sulla tua scopa di paglia e porterai una calza piena di caramelle e di regali ad ogni bambino che a Natale avrà fatto il presepio e che, il sei gennaio, avrà messo i re magi nel presepio. Ma mi raccomando! Che il bambino sia stato anche buono, non egoista... altrimenti gli metterai del carbone dentro la calza sperando che l’anno dopo si comporti da bambino generoso”. E la Befana fece così e così ancora sta facendo per obbedire a Gesù. Durante tutto l’anno, piena di indicibile gioia, fa le calze per i bambini... ed il sei gennaio gliele porta piene di caramelle e di doni. È talmente felice che, anche il carbone, quando lo mette, è diventato dolce e buono da mangiare.

lunedì 2 gennaio 2017

2016: un anno di libri

Un anno fa ho inaugurato questo elenco di libri letti durante l'anno, per lo più per rendermi conto di quanto leggo davvero, ma anche per fermare un po' su carta tutte queste letture, perché si sa, non proprio tutto viene trattenuto dalla memoria.

Anche il 2016 si è caratterizzato da un lungo elenco di letture, anche se, paragonato al 2015, è più breve. Ho avuto un calo significativo nell'ultimo periodo (e non solo nelle letture, ma non vi tedierò...).

Riporto, quindi qui di seguito l'elenco, privo di commenti e giudizi: alcuni mi sono piaciuti molto, altri invece per nulla. Escludo, anche questa volta, tutti i testi che, per qualche motivo, non ho letto per intero, quelli che non ho portato a termine, quelli consultati per ricerche e per lavoro e tutti i libri e libricini letti alle mie bambine.

1) Pasolini un uomo scomodo, Oriana Fallaci;
2) Lajoie, il narratore, Giovanna Nieddu;
3) La ragazza del treno, Paula Hawkins;
4) In writting, Stephen King;
5) Un anno con Salinger, Joanna Rakoff;
6) Il tram del tempo, Davide Schito;
7) Come scrivere un best seller in 57 giorni, Luca Ricci;
8) Caro lettore in erba..., Gianluca Mercante;
9) Aprire un a libreria (nonostante l'-e-book), Gianni Peresson e Alberto Galla;
10) Per dieci minuti, Chiara Gamberale;
11) L'uomo che voleva fermare il tempo, Mitch Albom;
12) Le avventure di Sherlock Holmes, A. Connan Doyle;
13) Bagliori nel buoio, Maria Teresa Steri;
14) Passeggeri notturni, Gianrico Carofiglio;
15) Io viaggio da sola, Maria Perosino;
16) Scrivere un best seller, Gianni Lorenzi;
17) Io sono il nordest, AA.VV.;
18) La roccia nel cuore, Antonella Mecenero;
19) Il giovane Holden, J.D. Salinger;
20) Scrivere? Non è un mestiere per donne, Laura Costantini;
21) L'anno della grande nevicata, Gianni Lorenzi;
22) La situazione è grammatica, Andrea De Benedetti;
23) Il paese delle stelle nascoste, Sara Yalda;
24) Ricardo Y Carolina, Laura Costantini e Loredana Falcone;
25) Il sentiero dei profumi, Cristina Caboni;
26) Voglio scrivere un romanzo: vademecum per scrittori esordienti, Michel Franzonso;
27) Malgré-nous, Caroline Fabre - Rousseau;
28) La passione ribelle, Paola Mastracola;
29) La moglie magica, Sveva Casati Modigliani;
30) Il silenzio del mare, Vercors;
31) Senza tacchi non mi concentro!! (O così dice mia madre), Colette Kebell;
32) Scrivere è un mestiere pericoloso, Alice Basso;
33) Stanotte il cielo ci appartiene, Adriana Popescu;
34) Baci scagliati altrove e altri racconti, Sandro Veronesi;
35) Il bibliotecario, Marco Guarda;
36) Come la penso. Alcune cose che ho dentro la testa, Andrea Camilleri.

Le letture si diversificano molto tra di loro, per genere, formato, tema. Sono andata alla ricerca di autori nuovi, emergenti, poco noti, ma ho rispolverato anche qualche vecchio classico che ancora non avevo letto. 
Gli e-book sono davvero pochi: non li sento ancora come libri veri e propri.

Ora tocca a voi. Cosa vi sembra il mio elenco? Avete condiviso qualche lettura con me? Quali sono state invece le vostre?


martedì 29 novembre 2016

ScrivereGiocando - Natale 2016

È il terzo anno che Morena Fanti ospita gentilmente un mio racconto sulla sua pagina natalizia "ScrivereGiocando" e per me rappresenta l'avvio ufficiale alle atmosfere natalizie.
Se anche a voi piace il Natale e la sua magica atmosfera, vi invito a leggere la pagina di quest'anno, dove troverete racconti, poesie, e tutorial, oltre all'immancabile atmosfera natalizia, che ci farà sentire un po' bambini.
Buona lettura!


lunedì 7 novembre 2016

Tiriamo un po' le somme

A poco più di un anno e mezzo dall'uscita del mio secondo romanzo breve (novella?) le cifre sono le seguenti:


Sembra poco, invece è tantissimo. Molti autori non possono vantare tanto, ma soprattutto per il lavoro che c'è stato sotto. Ottenere questi piccoli risultati mi ha portata via un sacco di tempo e dispendio di energie. 
Prima di tutto è stata una violenza al mio carattere schivo e riservato. Non è proprio nel mio essere espormi direttamente al pubblico per cercare qualche forma di attenzione, tanto meno cercare contatti per promuovere il mio libro. È anche per questo motivo che escludo a priori la possibilità di auto-pubblicarmi, nella speranza che a questa mia carenza rimedi l'editore. Purtroppo non è stato così, per cui ho dovuto rimboccarmi le maniche.
Questo secondo libro è stato davvero un'esperienza appassionante, oltre che formativa. Ho conosciuto persone nuove e condiviso con esse momenti speciali, che mai avrei immaginato.
Poi, se proprio vogliamo pensare alle vendite, be' quelle non sono state proprio eclatanti, ma anche se non salirò mai in vetta alle classifiche di vendita, le mie (piccole) soddisfazioni le ho avute.



lunedì 10 ottobre 2016

FRANTUMI

Il cuore batte all’impazzata poi si ferma un secondo per riprendere più veloce di prima. Sono tre notti che Rino si sveglia così, dopo aver faticato a prendere sonno.
Si solleva, agitato, stanco e sudato e scoppia a piangere.
La moglie si desta e lo abbraccia in silenzio.
«Non l’ho salvato!» Singhiozza tra le lacrime, che gli rigano la faccia stravolta. «Sono arrivato troppo tardi! Aveva solo sei anni...»
Sono tre notti che ripete sempre le stesse frasi. Davanti agli occhi macerie e morte e quel piccolo corpo esanime.
«Non è colpa tua.» Cerca di consolarlo la moglie, accarezzandolo. «Ne hai salvati altri...»
Ma le sue parole non sortiscono nessun effetto. Lo sa bene che le parole non possono nulla davanti a tanto dolore.
«Era lì, a un metro da me... ho provato a tenerlo desto... gli parlavo... cercavo di tranquillizzarlo... Aveva così tanta paura... e io gli avevo promesso che lo avrei presto liberato, che lo salvavo e lo portavo presto dalla mamma...» La voce così rotta da non poter continuare con quel racconto disperato. Lo sguardo perso oltre il ciglio del letto a guardare qualcosa che la moglie non può vedere.
«Capisci? Gli avevo promesso che lo salvavo, che non gli sarebbe successo nulla!» Urla.
Si nasconde il viso tra le mani.
«Il suo pianto si faceva sempre più debole, finché non l’ho più sentito… Un minuto! Bastava che arrivassi un minuto prima e lo avrei salvato!»
Rino è giunto con i primi soccorritori. È stato uno dei primi ad assistere alla distruzione: case sventrate, cumuli di macerie e detriti, persone spaventate, piangenti, smarrite. E poi morte. Tanti morti.
Ed infine la corsa alla ricerca dei dispersi. Persone intrappolate sotto le macerie, sole, ferite ed impaurite. Anche bambini. Tanti bambini. Troppi bambini.
E a ogni piccolo lamento Rino e i suoi colleghi si precipitano: c’è ancora speranza. Una vita da salvare contro il tempo. Ma dopo aver liberato due donne, una ferita e una miracolosamente illesa, non sono riusciti a salvare quel piccolo bambino terrorizzato, intrappolato tra le macerie della sua casa. Lo aveva estratto esanime e aveva tenuto quel corpo tra le braccia con dolcezza, come se quello fosse il suo bambino.
Non aveva avuto il coraggio di guardare in faccia la madre distrutta dal dolore. Glielo aveva appoggiato con delicatezza in grembo ed si era allontanato in silenzio a sfogare la sua disperazione lontano da ogni sguardo.
Rino si porta quell’angoscia addosso da quel giorno. Una colpa che non è riuscito ad espiare nemmeno aiutando nel recupero di un’altra persona.

Sua moglie assiste inerme alla sofferenza del marito. Un uomo dal cuore troppo generoso per sopportare tutto questo. La donna sa bene che tante persone hanno perso tutto in quel tragico terremoto che ha raso al suolo interi paesi, lo sa che molti, oltre alle proprie case che si sono sbriciolate in pochi minuti, hanno perso famigliari e amici. Ma sa anche che quel terremoto ha portato via un pezzo di suo marito e che non sarà mai più l’uomo che era.